In compagnia di me stessa (di Cristina Raineri)
Ho ricevuto e pubblico con piacere questo delicato pensiero, e intima riflessione, dell’amica Cristina Raineri.
“Sono qui, in una solitudine voluta ad aspettare che un attimo di respiro mi rinfreschi l’animo e la mente. È quella solitudine che cerco, voluta, che mi fa godere dei miei pensieri.
Non sono sola, in fondo, ci sono IO e il mio rincorrere di parole che riempiono la materia della mente. Parole che si intrecciano, giocano a volte ridendo altre facendosi del male.
Ma io non sono sola, ci sono le emozioni, quelle mie, quelle che percepisco nella profondità dell’animo. Emozioni che non finiranno mai di appartenermi e che non mi faranno mai sentire in solitudine.
Cerco comunque la solitudine, quella volontaria, e tento di annullare la mente e l’animo. Ma io non sono sola, ci sono i miei respiri, uno dopo l’altro che si susseguono in un ritmo che varia d’intensità.
In fondo, a me basta un attimo di respiro, quello che mi possa rinfrescare l’animo e la mente. E quel respiro lo trattengo il più a lungo possibile.”
Luce tremula
Una luce, un bagliore. Un guizzo di vita cui aggrapparsi. Il riflesso di un sogno da realizzare, incastonato nell’iride come un impalpabile diamante. Un’immagine tremula, umida, dal quale non riesco a distogliere lo sguardo. Tu.
A light, a flash. A flick of life to stay wrapped to. The reflection of a dream to become true, nestled in the iris as a fine diamond. A trembling image, damp, from which I can’t take my eyes off. You.
Briciole – Crumbs
Trovo briciole di cuori imprigionate tra gli ingranaggi della vita.
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I find hearts crumbs imprisoned between life’s gears.
Anna and Marco
This short tale is ispired by the famous song from Lucio Dalla “Anna e Marco”.
Anna had lost hope in the future. She could not imagine other than living a life chasing happiness without ever reaching it.
She felt special, and knew she was. But her essence, desire to show her abilities, clashed with the everyday life, where the artist’s ambitions crashed against the rocks of basic needs, bills to pay, empty plates on which to put something.
She wanted to live thanks to her art, singing, but instead found herself surviving thanks to the art she had to learn: how to survive.
She paid with her body the desire for independence, selling it to men who did not have the right even to look at her, but which violated her every night. Better to sell yourself to a man, rather than to subdue to him. Anna thought of it in this way. She was forced to repeat this to herself every day.
Not wanting to go back, to surrender, to submit to the yoke of those who would eternally remember her choices in life.
Nonetheless, she would not even go on that path. That was not life, but just a dramatic survival.
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Every morning, Marco was closing the door behind him, going out without any goal, since anything he could find outside of these walls would be better than what he had left there.
The friends from the bar were the only comfort, but also the trap in which he had found himself in.
He was getting used to their presence, while thirst to feel part of something, to share desires and wishes with someone, transformed a group of deadbeats with no dreams in his only opportunity to socialize.
Work was hard to come, and he had to make do with small things often at the limit of legality, just to scrape together the minimum for a drink or a night out on the dance floor.
Marco did not want to continue like this, and often wondered if it was better to live this way, no expectations, or quit the game forever. He asked himself that question every day.
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Anna and Marco met by a stroke of life , in a ballroom. She was shy and timid, sat in the company of a friend. He was dancing as if trying to release a demon from his body.
She looked at him and smiled. He met her eyes, first with embarrassment, then smiled as well.
That day they started dating, and friendship turned into something deeper. They spoke of their problems and frustrations. But they also planned together and imagined their future. A future in pair.
Anna and Marco knew that they couldn’t turn their lives around in few days, at the same time rejoiced because the will to live was back.
They gathered their few belongings and fled from that place and what it represented. They prepared to face a long journey together, towards the place called dream.
Correzione bozze ed editing
Ricevo diverse richieste in merito alla correzione di bozze ed editing di testi che si vogliono mandare in stampa.
E’ un passaggio cruciale per ogni libro o racconto, che non può essere effettuato autonomamente dall’autore. Io stesso non farei mai l’editing dei lavori che voglio pubblicare.
Occorre l’occhio di chi può analizzare il testo in modo distaccato, trovando errori di logica, battitura, grammatica.
La correzione delle bozze e l’editing fanno la differenza, ed elevano la qualità del lavoro finale.
Sono disponibile a valutare collaborazioni in questo senso.
Se volete altri chiarimenti, e conoscere il costo di questo servizio, potete lasciare un commento qui o scrivermi al seguente indirizzo:
davide.piazzi@gmail.com
Buona scrittura.
Anna e Marco
Racconto ispirato alla bellissima canzone di Lucio Dalla.
Anna aveva perso la speranza nel futuro. Non riusciva a fare altro che immaginarsi a vivere una vita a rincorrere la felicità, senza mai raggiungerla.
Si riteneva speciale, sapeva di esserlo. Eppure la sua essenza, la sua voglia di mostrare la propria capacità, si scontrava con la quotidianità dove le velleità d’artista si infrangevano contro scogli di bisogni primari, di bollette da pagare, di piatti vuoti sui quali mettere qualcosa.
Voleva vivere della sua arte, il canto, ma si ritrovava invece a sopravvivere con l’arte che aveva dovuto imparare: quella di arrangiarsi.
E pagava la sua voglia di indipendenza con il suo corpo, vendendolo a uomini che non avrebbero avuto il diritto nemmeno di guardarla, e che invece la violavano ogni notte. Meglio vendersi a un uomo, piuttosto che sottostargli. Questo pensava Anna. Questo era costretta a ripetersi ogni giorno.
Non voleva tornare indietro, arrendersi, sottostare al giogo di chi le avrebbe rinfacciato in eterno la sua scelta di vita.
Ma non voleva più nemmeno andare avanti così. Quella non era più vita, ma una drammatica sopravvivenza.
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Marco Ogni mattina si chiudeva l’uscio alle spalle, e usciva senza alcuna meta perché qualsiasi cosa avesse trovato sarebbe state meglio di ciò che aveva lasciato in casa.
Gli amici del bar erano l’unico conforto, ma anche la trappola cui era rimasto incastrato.
Si stava assuefando alla loro unica presenza, e il desiderio di sentirsi parte di qualcosa, di condividere i propri desideri con qualcuno, aveva trasformato un gruppo di spiantati senza sogni nella sua unica occasione di socializzare.
Di lavoro non se ne trovava, e ci si doveva arrangiare di piccole cose spesso al limite della legalità, tanto per racimolare il necessario per una bevuta, o una serata in balera.
Marco non voleva continuare così, e si chiedeva spesso se fosse meglio vivere in quel modo, senza aspettative, o chiudere la partita per sempre. Se lo domandava ogni giorno.
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Anna e Marco si incontrarono per caso, dentro una sala da ballo. Lei se ne stava schiva e timida seduta in compagnia di un’amica. Lui danzava come se volesse fare uscire un demone dal proprio corpo.
Lei lo osservò e sorrise. Lui incrociò il suo sguardo, prima con imbarazzo, ma poi ricambiò il sorriso.
Da quel giorno cominciarono a frequentarsi, e l’amicizia si trasformò in qualcosa di più profondo. Parlavano dei rispettivi problemi e delle frustrazioni. Ma insieme facevano anche progetti e immaginavano il loro futuro. Un futuro a due.
Anna e Marco sapevano che non avrebbero potuto capovolgere la loro vita da un giorno all’altro, ma al contempo gioirono poiché la voglia di viverla era tornata.
Raccolsero le loro poche cose e fuggirono da quel luogo e da ciò che rappresentava. Si prepararono a un lungo viaggio da affrontare insieme, verso un luogo chiamato sogno.
Quando la vita giustifica la morte – Il dilemma animalista
Quello della vivisezione e degli esperimenti su animali per scopi più o meno scientifici non è certo un tema di recente proposizione. Da sempre l’Uomo non ha mai minimamente esitato a disporre a proprio piacere e comodo delle risorse che la natura gli ha offerto, o che “gli ha messo a disposizione”, così come convenzionalmente si è soliti dire, usando un’espressione cinica e tagliente che rende al meglio, più di mille altre parole, il concetto di sopruso dell’essere più forte su quello più debole.
Argomenti e pratiche che hanno attraversato pressoché indenni i secoli, cambiando magari forma, tecniche e obbiettivi finali, ma senza mai riuscire a fare a meno del presupposto inevitabile che vede un essere vivente privato della propria libertà o, spesso, una vita soccombere a favore di un’altra.
Questo tema di così vecchia data non sarebbe probabilmente nemmeno mai balzato agli onori della cronaca, se non si fosse messa di mezza una componente con cui gli uomini devono convivere, a volte forzatamente, da qualche tempo a questa parte: la morale, vera grande eminenza grigia delle nostre coscienze.
Gli schieramenti contrapposti dei sostenitori e degli oppositori della vivisezione, e delle sperimentazioni in genere su animali, si trovano a combattere su un fronte ampio, ma tanto sottile da essere facilmente attraversabile da ambo le parti.
Torturare e uccidere un animale è lecito se lo si fa per sperimentare un medicinale? Si potrebbe facilmente rispondere di no, ma avrebbe la stessa certezza di risposta chi vede in quel farmaco una speranza di salvezza per un proprio caro? Non sempre si ha la fortuna di poter guardare le cose da una distanza sufficiente per poterle valutare obbiettivamente e serenamente.
Allevare un visone o un castoro per poi farne una pelliccia può essere certamente deprecabile, ma forse lo è anche crescere un animale da cortile in modo quasi amorevole, per poi farlo troneggiare al centro di una tavola al meglio imbandita.
Certamente è orribile ciò cui altri esseri viventi sono a volte sottoposti per soddisfare le nostre necessità, ma il punto chiave è proprio questo: capire qual è il limite entro il quale il nostro bisogno ci fa tollerare ciò che accade agli animali.
Se pensiamo che sia lecito uccidere per mangiare, ma che lo sia molto meno farlo per vezzo, come succede per esempio con gli animali da pelliccia, apparentemente stabiliamo un confine etico e morale entro il quale muoverci tranquillamente, senza che “l’eminenza grigia” ci tormenti con i sensi di colpa.
Se però scaviamo nemmeno tanto a fondo, notiamo che non si è certo così risolto il problema della tutela dei diritti di vita e dignità degli altri esseri viventi. Succede, infatti, che da una parte si inorridisca al pensiero di cosa possa essere iniettato nelle vene di un topolino da laboratorio, ma non ci si curi poi minimamente di ciò che sono costrette a subire, per esempio, migliaia di oche nella civilissima Francia. Stipate, immobilizzate e costrette a stare con il becco aperto. Rimpinzate forzatamente più volte al giorno, non tanto per farle ingrassare e aumentare così di peso, quanto per provocare loro una steatosi[1]. Il tutto per essere poi immolate sull’altare della Nouvelle Cousine, sotto forma di Foi Gras[2].
Per non parlare degli allevamenti di conigli nei Paesi Bassi. Meravigliosi esemplari costretti a vivere e crescere su di assicelle di legno poste a parecchi metri dal suolo, cosicché quelle bestie, terrorizzate dal vuoto, se ne stanno pressoché costantemente immobili senza disperdere preziose calorie, e quindi massa corporea, conservando così una muscolatura molto debole che genera poi prelibate carni bianche e tenere.
Parlando poi di vivisezione e sperimentazione di farmaci sugli animali, se consideriamo accettabile l’equazione: uccidere per mangiare, è lecito, uccidere per vezzo invece no, ammettiamo implicitamente che la nostra sopravvivenza giustifica la morte di un altro essere vivente. Ma se le cose stanno così, l’utilizzo di cavie per sperimentare un farmaco, non è forse uno dei modi con cui ce la garantiamo, la nostra sopravvivenza? Di certo è un sistema con cui miglioriamo la nostra qualità di vita, e ne aumentiamo la durata. E questo non è forse in totale sintonia con l’atavico concetto già esposto, che vede l’animale Uomo legittimato ad approfittarsi di tutto ciò che la natura gli ha messo a disposizione?
C’è un dedalo di teorie e teoremi, di logiche forti ma dai contorni sfumati, di dati tanto oggettivi quanto discutibili, di etiche scientifiche e morali dal quale difficilmente si può uscire e trovare una verità assoluta. Non senza cadere nell’ipocrisia e nella retorica. Non senza perdere durante il tragitto buona parte delle certezze che si avevano all’inizio.
Ci si trova così, infine, al punto di partenza, a parlare della morale e dell’etica di questi tempi, dove l’opulenza, il benessere, i progressi della scienza e della medicina ci hanno permesso il lusso di poter disquisire anche di questi argomenti. Opportunità che non hanno avuto molte delle generazioni passate, con una progressione pressoché esponenziale andando a ritroso nel tempo. Generazioni le quali erano troppo impegnate a soddisfare i bisogni primari quotidiani, per potersi permettere troppe domande e troppi interrogativi etici e morali su come questo veniva fatto.
Quand’è allora che la vita giustifica la morte? Risulta molto facile nutrire stima ed ammirazione verso coloro i quali riescono ad avere un’opinione precisa al riguardo, ma è allo stesso tempo molto difficile biasimare chi non se la sente di dare risposta ad una domanda come questa che, inevitabilmente, pone davanti al bivio di una scelta che nessuno vorrebbe essere costretto a fare mai.
[1] Malattia del fegato che ne comporta uno smisurato ingrossamento dovuto ad un eccesso lipidico (grasso)
[2] Fegato grasso. Salsa per accompagnare primi piatti e carni, ottenuta riducendo in purea il fegato delle oche.
Rossella Urru
Della vicenda di questa “cooperante internazionale”, di questa donna italiana, non si parla abbastanza.
Rapita il 22 ottobre scorso in Algeria mentre faceva il proprio lavoro, consistente nel portare speranza a chi sembra non averne, e non ancora liberata.
Nel mio piccolo vorrei dare un contributo per tenere viva l’attenzione su questa vicenda. Lo faccio con parole non mie, ma di Cristina, che su Twitter ha pubblicato una lettera emozionante, scritta di pugno, di getto, con l’irruenza di chi avverte il peso su un cuore (non necessariamente il proprio) e vuole cercare di toglierlo.
La potete leggere nel suo formato originale, cliccando qui.
Il fiume del tempo ci scorre accanto
Il tempo, terreno fertile sul quale sono depositati i semi della storia. Selva di piante cresciute alla sua luce, alcune fiorite, altre no. Tutte poi inesorabilmente cadute. Molte dimenticate.
Il tempo, un magazzino pieno di involucri impalpabili entro i quali sono custodite le parole e le gesta degli uomini che furono, avvolte, protette e separate tra loro da morbidi e ovattati strati isolanti formati dai giorni, dagli anni e dai secoli trascorsi.
Il tempo forse non ha né inizio né fine, almeno dal punto di vista strettamente fisico. Ha però certamente “un fine”: quello di fungere da supporto su cui adagiare i nostri pensieri, lasciando che questo invisibile nastro trasportatore li porti lontano. Sempre più indietro e lontani quelli da cui si vuole fuggire. Sempre davanti, ma altrettanto distanti, quelli che si vorrebbe inseguire, raggiungere e stringere in pugno per sentire che, no, il tempo per noi non è trascorso invano.
Parlando di tempo, gli aggettivi micro e macro hanno un senso, assumono un significato preciso solo se si considera anche qual è il punto di osservazione, e a quale distanza ci si trova dall’evento, dall’episodio, dalla frazione di tempo nella quale è immerso ciò che ha catturato la nostra attenzione.
Il tempo è terreno di sfida tra eserciti di scienziati e filosofi. I primi pronti a suddividere, sezionare e analizzare ogni aspetto. I secondi perennemente schierati a difesa delle loro posizioni di intellettuali e sognatori. Entrambi pronti a scomodare Dio per sostenere e supportare le proprie tesi, per poi rinnegarlo non appena queste vengono accettate.
Il tempo terreno, scandito a ogni istante e asservito, ai giorni nostri, al rito pagano della sua misurazione: vita e morte comprese.
Il tempo ultraterreno, quello del divino e del soprannaturale, immerso in un limbo nel quale si perdono i concetti di quantità, di “prima” e di “dopo”, e restano solo pensieri e concetti assoluti rivolti all’eterno, per l’eternità.
Chi è in grado allora di dire cos’è realmente il tempo?! Un filo di seta segnato con i nodi della memoria. Milioni di porte ancora da aprire dietro le quali si celano altrettante vite diverse da sperimentare. Oppure, se visto con il cuore di ragazzo che batte nel petto di un vecchio che si guarda allo specchio, il tempo può essere semplicemente un’opinione fin troppo diffusa.
Mondo silenzioso
Le prime ombre della sera non riescono a coprire il biancore affascinante della neve caduta in abbondanza.
Avanzo a passi lenti e incerti, affondando i piedi in una soffice trappola bianca.
Attorno a me soltanto un vento freddo ma non violento. Mille dita ghiacciate che si posano sul mio viso, cercandone il calore.
Cammino in un paesaggio che conosco, ma che non è lo stesso di sempre. Tutto è più lento, tranquillo. Non ci sono auto né scooter. Né gente che passa, cammina o corre. Riesco a sentire il mio respiro e il rumore dei miei passi. Cammino come un esploratore, un astronauta, impegnato nella scoperta di un mondo sconosciuto.
Ma questo mondo, questo paesaggio, sconosciuti non sono. É la solita strada, il solito paese, il solito mondo, finalmente divenuto più silenzioso.








