Un tè con Dio

Un racconto ambientato in un futuro che ha sete e fame del passato. Una storia che racconta, in modo non convenzionale, di religione e buone speranze.

Era una fresca serata del terzo giorno, quarto periodo, dell’anno 3025, e Soitok Resthari aveva appena terminato di ascoltare quella storia strampalata per la terza volta nel giro di circa un’ora.
Iagain Zobodan gli aveva ripetuto tutto parola per parola, con le medesime pause e gli stessi eccessi di enfasi nei passaggi che reputava più importanti. Soitok aveva lasciato che l’amico ripartisse da capo con il suo racconto, sperando di cogliere una falla, un punto debole. Niente da fare, l’altro non perdeva un colpo e sembrava davvero serio, assolutamente convinto di dire la verità. Soitok ritenne che l’amico fosse talmente convincente, che alla terza replica aveva cominciato a pensare che ciò che aveva ascoltato potesse essere accaduto realmente.

Si versò un’altra tazza di liquido caldo e riempì anche quella dell’altro, che aveva appena terminato di parlare e ora sembrava piuttosto affannato, come se fino a quel momento non avesse mai preso fiato. Aveva il volto stanco. Sembrava provato,
«Quindi, mi stai dicendo che ti sei ritrovato faccia a faccia con Dio». Quasi non credeva di essere riuscito pronunciare quelle parole senza ridere.
L’altro non sorrise affatto. «Esatto, caro Soitok». Sorseggiò il liquido caldo.
«E… com’era? Voglio dire, è come lo abbiamo sempre visto dipinto? Sai, barba lunga, sguardo austero, occhi penetranti».
Iagain lo guardò in tralice, intuendo che l’altro si stava facendo beffe di lui. «Quelle sono le raffigurazioni con le quali gli uomini hanno sempre cercato di rappresentarlo, nel corso della storia. Commettendo l’errore imperdonabile di volere renderlo simili a loro stessi».
«Vorresti dire che non ha sembianze umane?». Posò la tazza sul tavolo e con un gesto nervoso incrociò le dita delle mani.
«Voglio dire che non ha proprio alcun tipo di sembianza. Non è un uomo. Non è nessun tipo di essere. Insomma, è Dio, e non ha certo bisogno di costringersi dentro a un involucro di carne». Si stupì di come l’amico, così colto e intelligente, non fosse arrivato da solo a quella deduzione.
«Sì, capisco, ma non ti ci vedo a colloquio con il nulla. Pensavo pertanto che egli si fosse manifestato a te in una forma riconoscibile».
«In effetti lo era, visibile, ma non per questo aveva forme e sembianze definite». Vide l’espressione perplessa dell’altro e cercò di spiegarsi in modo più chiaro. «Vedi, Soitok, io ero lì, e davanti a me avevo una sorta di nuvola densa di colore verde scuro».
«Una nuvola?».
«Beh, non esattamente una nuvola», si corresse. «Era qualcosa di più denso. Almeno così sembrava». Cercò un esempio giusto per fare capire all’amico cosa avesse visto esattamente. «Ecco, sì… hai presente il preparato Skupp?».
Soitok lo guardò basito. «Quello per fare la zuppa di verdura?».
«Sì, esatto! Sai, tiri fuori dalla busta il cubetto pressato e lo metti dentro alla macchina reidratante, poi, quando è diventato fluido, lo passi nel forno a convenzione ionica finché il composto non si addensa e diventa cremoso». Si interruppe un istante per deglutire. «A me piace lasciarlo piuttosto liquido. A te?».
«Io invece lo preferisco molto denso. Ma non capisco cosa c’entri il preparato Skupp con la tua storia».
«Non mi hai forse chiesto che aspetto avesse Dio?».
«Sì, infatti, appunto per questo non capisco l’esempio che hai… Aspetta un momento, non vorrai dirmi che Dio avrebbe le sembianze di una minestrina riscaldata?».
«No. Beh… non esattamente, perlomeno». Guardò l’altro che se ne stava a bocca aperta. «Senti, non voglio dire che Lui somigli a un passato di verdure, però, sì, insomma, il colore era piuttosto simile, e probabilmente, e sottolineo pro-ba-bil-men-te, lo era anche la consistenza. Sai, non l’ho mica toccato. Dico io, quella è una celebrità, mica uno dei soliti agenti di vendita che capitano nel mio ufficio». Si giustificò.
Soitok non seppe cos’altro dire. Si limitò a fare intendere con un cenno all’amico che avrebbe preferito uscire dal locale. Si alzarono entrambi dalle sedie. Iagain saldò il conto posando il dorso della mano sul lettore di chip cutanei del distributore automatico di bevande. La macchina emise un bip di conferma, e i due uscirono nella notte ancora piacevolmente fresca.

Camminarono lentamente e arrivarono in silenzio fino al palazzo dei governanti cittadini sulla cui facciata spiccavano due enormi rapaci di cristallo.
Dopo alcuni minuti di riflessivo silenzio, Soitok riprese a fare domande, sempre più incuriosito. «E come ci saresti arrivato da Lui?». Conosceva la risposta, l’aveva già sentita poco prima, ma quella parte della storia gli sembrava la più inverosimile, e pertanto desiderava ascoltarla nuovamente.
L’altro non si fece pregare. «Come ti ho detto, io ero appena uscito dalla palestra e me ne stavo camminando tranquillamente verso casa, quando, all’improvviso, mi sono sentito come risucchiato via altrove». Si fermò cercando di mimare la sensazione che aveva vissuto. «Di colpo si è fatto tutto più scuro, e gli oggetti, i palazzi, le persone che avevo attorno, hanno cominciato a sfrecciarmi a fianco deformandosi e allungandosi, a una velocità che cresceva in modo esponenziale a ogni frazione di secondo. Ma non erano loro a muoversi, ero io».
L’altro lo osservò perplesso. «Iagain, amico mio. Quella che hai descritto è la fase iniziale di ogni teletrasporto. Un sistema di viaggio che, se non ricordo male, utilizzi anche tu quasi quotidianamente per seguire i tuoi affari in giro per il globo. Cosa c’è quindi di tanto strano?». Pensò che l’amico stesse manifestando i sintomi di qualche nuova malattia. Se ci fossero stati ancora in circolazione alcol e droghe – piaghe sociali fortunatamente debellate da più di trecento anni – sarebbe stato pronto a scommettere che chi gli stava di fronte avesse cominciato ad assumere sostanze in grado di alterare la percezione della realtà.
«Sì, lo so, lo so», replicò l’altro spazientito. «Infatti la parte strana non è stata all’inizio di quel viaggio, ma alla fine. Vedi, una cosa è sentire le tue molecole che si disgregano per ricomporsi tali quali altrove, ognuna al proprio posto. Altra cosa, invece, è sentire che ogni singolo tuo atomo anziché riformare la struttura del tuo corpo si va a incastonare all’interno di una statua di marmo».
L’altro sgranò gli occhi «Una statua?».
«Sì, proprio così. Un angelo. No, aspetta, non aveva piume… Forse si trattava di un santo, sì. Mi pare di ricordare che avesse, che avevo, un cerchio sulla testa. Aureola, credo sia questo il modo di chiamare quella sorta di corona circolare».

Un ragazzino col suo doomster a reazione sfrecciò di fianco a loro, mancandoli per un soffio.
Soitok imprecò al suo indirizzo per lo spavento. «Questi giovani. Ai miei tempi quei mezzi non ce li immaginavamo nemmeno. Noi dovevamo farci bastare le lente tavolette a levitazione magnetica, per andarcene in giro per la città». Scosse la testa e poi tornò a concentrare la propria attenzione sull’amico.
«Stavo pensando che, a tutti gli effetti, averti teletrasportato via così, per rinchiuderti dentro un edificio religioso –incastonato in una statua -, si potrebbe configurare come un vero e proprio rapimento. Un reato bello e buono».
«Un migliaio di anni fa l’avrebbero definita “vocazione”». Replicò prontamente Iagain.
L’altro non colse l’ironia di quelle parole, e proseguì imperterrito a fare domande. «Quindi tu te ne stavi lì, imprigionato dentro a una statua di marmo, e davanti a te avevi una melassa verde scuro che diceva di essere Dio».
«Proprio così», confermò l’altro abbassando gli occhi a terra, visibilmente imbarazzato per quel racconto che sapeva essere difficile da credere. «E penso che ci trovassimo in alta montagna, dentro una di quelle piccole costruzioni di pietra dedicate al culto, scovate e recuperate dagli archeologi durante la grande campagna di “riscoperta delle nostre radici”. Quella che si è conclusa con successo nel 2978». Intuì che si stava infilando sempre più in un tunnel oscuro e difficile da comprendere. Tanto valeva raccontare la storia fino in fondo, senza omettere nulla. «Io non potevo muovermi e riuscivo a vedere solo ciò che mi era consentito roteando gli occhi, però avvertivo nitidamente i campanacci delle mucche che pascolavano fuori da quella costruzione di pietre a vista».
«Mucche e campanacci… non credevo esistessero ancora. Immagino sia anche questa opera degli archeologi e dei paleontologi. Beh, con tutto ciò che si immagina abbia a disposizione Dio, poteva anche scegliere un posto più elegante e moderno, per il vostro importantissimo incontro». Puntualizzò causticamente l’altro.
«Credo abbia optato per un luogo tranquillo, lontano da occhi indiscreti, per un colloquio riservato. Tutto qui».
«Che stupido sono, come ho fatto a non pensarlo subito». Si diede in modo teatrale una manata sulla fronte.

Iagain riprese a camminare senza replicare, mettendosi alle spalle l’amico e cercando in quel modo di evitare il suo sguardo stupefatto, e il sorriso ironico che aveva sulla bocca.
Soitok non volle affondare il colpo confessando che faticava a credere anche a una sola parola di quella storia. In quel frangente avrebbe voluto suggerire all’amico di rivolgersi a un bravo specialista in malattie nervose. Resistette alla tentazione e continuò a indagare. «E per quale motivo ti avrebbe chiamato davanti a sé?».
Iagain rispose prontamente. «Consigli. Aveva bisogno di consigli». Lo disse con legittimo orgoglio.
«Dio avrebbe bisogno di essere consigliato da te?».
«Roba da non crederci, vero?».
«Ma no, figurati, cosa stai dicendo, non c’è nulla di strano», aggiunse beffardo.
«No, no. Lo so che sembra incredibile, ma è proprio così. Sai, in fondo io sono piuttosto famoso nell’ambito delle consulenze ad altissimo livello per le strategie e il marketing delle aziende di tutto il globo». Fece appena in tempo a pronunciare l’ultima parola, quando il suo sistema di comunicazione lo avvisò che da Tokio lo stavano contattando con una certa premura. Si rivolse all’amico facendogli un cenno con la mano. «Scusami un solo istante». Strinse leggermente tra pollice e indice il lobo dell’orecchio e attivò la conversazione. «Sì, sono Iagain Zobodan in persona. Cosa posso fare per lei, signor presidente». Era l’appellativo col quale chiamava tutti i suoi clienti, altissimi dirigenti di multinazionali sparse per i cinque continenti. «Sì, certo. Mi dia soltanto qualche istante per verificare una cosa». Frugò febbrilmente nella tasca interna della giacca senza trovare ciò che stava cercando. Si rivolse a Soitok. «Perdonami, ma devo avere dimenticato a casa il mio connector, non è che potresti utilizzare il tuo per verificare chi c’è al governo oggi?».
L’altro tirò fuori dalla tasca un piccolo apparecchio di colore scuro, e ne sfiorò con le dita il display. «Oggi c’è una coalizione di destra-sinistra, capeggiata da Grahen Fulstam».
Iagain, pur senza parlare, gli fece intendere con un gesto della mano di fornirgli ulteriori dettagli sull’argomento.
Soitok attinse altre informazioni dal sistema di comunicazione centrale. «Pare che questa compagine abbia tutti i requisiti per restare in carica fino a…», attivò la funzione calendario del connector, «fino a giovedì. Poi, molto probabilmente, ci sarà un avvicendamento e dovrebbe andare al potere il movimento central-radicale».
L’altro riferì al cliente le informazioni appena ricevute dall’amico, e suggerì al suo interlocutore di aspettare ancora qualche giorno prima di effettuare il corposo trasferimento di capitali di cui gli aveva parlato. Infine lo congedò con un amichevole «Ciao, Gino».
Intanto erano quasi giunti presso l’abitazione di Iagain, il quale si affrettò a recuperare il filo del discorso. «Cosa stavamo dicendo?».
«Mi stavi raccontando che Dio ti avrebbe chiesto dei consigli».
«Giusto. Sì, esatto, è andata proprio così». Annuì con convinzione.
«E di che tipo, se posso chiedertelo?».
«Vedi, lui ha un grosso problema. Ormai sul pianeta non c’è più un solo essere umano che sia disposto a credere. Che abbia fede in lui». Fece una breve pausa. «Dio mi ha chiesto di farmi venire qualche idea che lo possa riportare alla ribalta».
Soitok soppesò un istante quell’affermazione. «Ma con tutto ciò che sa fare, non può pensarci da sé?».
«E come? Non ha più nessuno che gli dia una mano e, sai, anche molti degli eventi con i quali tanto tempo fa riusciva a stupire le persone, oggi non hanno più nessun impatto su di loro. Prendi i miracoli, per esempio, quella è una cosa che non funziona più. La scienza, la tecnologia e la medicina, ci hanno messo a disposizione medicinali e cure per guarire da tutte le malattie, e prodotti tecnologici di ogni sorta. Elementi di gran lunga più accattivanti e utili di qualsiasi tipo di prodigio religioso o mistico».
«Ehi, vacci piano con queste considerazioni», lo interruppe Soitok. «La fede è sempre stata qualcosa di molto di più, di una semplice parata di effetti speciali. La sua forza stava proprio nel “credere” a prescindere da tutto, al di là di ogni logica materiale».
«Sì, hai ragione. Non ti scaldare però», replicò Iagain, intimamente divertito. L’amico aveva reagito esattamente come lui aveva sperato. «Comunque resta il fatto che l’umanità oggi non è minimamente interessata alla religione, e pertanto Lui si sente inutile. Ma ha ancora energie da vendere e vorrebbe ricominciare. Ricostituire un nuovo gruppo. Folto e forte, in grado di aiutarlo nuovamente a portare avanti le sue battaglie». Si accorse di avere parlato in modo forse troppo enfatico, alzando la voce di almeno un paio di toni.
«Capisco», si limitò a dire l’altro, sinceramente impressionato dall’ardore mostrato dall’amico. «In fondo la religione è stata a lungo un elemento importante per l’umanità, e ha avuto un impatto significativo e largamente positivo».
«Intendi dire tra una guerra santa e l’altra, ovviamente». Replicò Iagain inarcando un sopracciglio e scrutando l’altro con fare indagatore.
«La storia dell’umanità è stata piena di cattive interpretazioni da parte dei potenti. Spesso utilizzavano sani valori e principi, deformandoli e piegandoli ai loro biechi scopi».
«Non posso che darti ragione».

Tornarono all’argomento centrale della serata, all’incontro che Iagain aveva avuto con la melassa verde che diceva di essere Dio.
«Tu allora che consigli gli hai dato? Cosa gli hai proposto di fare?».
«Bé, lì su due piedi non era così semplice farsi venire in mente qualche cosa di veramente valido. Stavo per dirgli che mi serviva tempo, che ci avrei dovuto pensare su a lungo. Ma proprio in quel momento mi è venuta un’idea che ho subito trovato interessante».
«Sarebbe?». Fece l’altro impaziente.
«Per cominciare, gli ho detto che a mio avviso doveva abbandonare da subito la strada dei miracoli, delle apparizioni e degli altri effetti mirabolanti. Roba superata, non attacca più. C’è bisogno di qualcosa di nuovo, di moderno. Qualcosa di forte ma allo stesso tempo chiaro e facile da comprendere. Un messaggio alla portata di tutti, che possa catturare l’attenzione e l‘interesse soprattutto dei giovani. “Bisogna avere pazienza e investire oggi per il futuro”. Questo gli ho detto». Il suo tono si era nuovamente riempito di un entusiasmo che finì per coinvolgere anche Soitok.
«Quindi cosa gli hai proposto?».
Iagain lo squadrò brevemente. «Di rivisitare in chiave moderna quell’episodio fantastico della venuta sulla terra di suo figlio».
Soitok sbarrò gli occhi. «Vorresti forse realizzare una sorta di spot pubblicitario da mandare sugli schermi delle abitazioni? Oppure una fiction televisiva che faccia rivivere quel momento di più di tremila anni fa?». Sapeva che l’amico ne sarebbe stato capace. Tempo addietro aveva addirittura realizzato un film il cui unico scopo, raggiunto attraverso una sceneggiatura realizzata ad arte, era stato quello di pubblicizzare una società di servizi del vecchio continente europeo.
«No, no». Lo tranquillizzò Iagain. «Niente di tutto questo. Pensavo piuttosto a una forma di propaganda diversa. Più semplice e molto più efficace».
«Cioè?».
«La mia idea è questa: spargiamo la voce che Dio ha ritenuto che i tempi fossero di nuovo maturi, e che ha mandato ancora una volta suo figlio sulla terra. Per anni il giovane ha vissuto come un normale essere umano, ma a un certo punto il padre gli chiede di ricominciare a tessere quel tessuto prezioso andato perduto tanto tempo prima. Lo invita a ricostituire un gruppo che porti la sua parola nel mondo intero».
«Cavoli, roba forte! Mi sembra davvero un’ottima idea». Rimuginò tra sé per qualche istante. «Ma sì, certo! Il tutto si basa sul passaparola. Cosa c’è di più credibile della testimonianza di qualcuno che conosci?».
«Mi complimento con te, hai capito al volo».
L’altro continuò a muoversi freneticamente avanti e indietro, passando a intervalli regolari davanti a Iagain che lo osservava imperturbabile. «La trovo davvero un’ottima idea. Sì, può funzionare, certo! E Lui cosa ne pensa? Immagino sia stato entusiasta di questa tua trovata». Ormai non aveva più dubbi sulla veridicità del colloquio avuto dall’amico.
«A dire il vero… non è che gli sia piaciuta tanto». Abbassò gli occhi un istante, poi li rialzò e incrociò quelli dell’altro che balenavano come fiamme nella notte. «Ma io non ho ceduto, sai? Eh no, ci mancherebbe. Mi sono detto: chi è l’esperto di marketing qui? Mi ha convocato per avere il mio parere da professionista, o cos’altro?».
«Giusto! Ben fatto. Ben detto! Ma come è andata a finire?».
«Siamo andati avanti a discutere per quasi mezz’ora, dicendoci a muso duro ciò che pensavamo. Poi, alla fine, lui si è lasciato convincere e mi ha dato carta bianca».
«Bene!». Un’espressione cupa gli comparve sul volto. «Però, a essere sincero, pensavo avesse più polso. Voglio dire, senza offenderti, tu sei uno stimato professionista di fama mondiale, ma lui è pur sempre Dio! Sono lieto che abbia accettato la tua proposta, ma allo stesso tempo trovo strano che si sia piegato così in fretta».

L’altro sorrise leggermente. «Vedi, amico mio, Lui è saggio, non stolto. Perché mai si sarebbe dovuto ostinare a rifiutare una proposta, se si era convinto della sua bontà?». Vide tornare la pace sul viso di Soitok. «E sai come mi ha comunicato che accettava la mia idea?». Non attese risposta. «Ha fatto un grosso sospiro e mi ha detto: “Sia fatta la tua volontà”».
L’altro si sentì invadere da un’ondata di calore. «Accidenti, questa sì che una frase a effetto! Non si può dire che non abbia stile!».
«Già. A quel punto ci siamo salutati e Lui mi ha fatto tornare sulla strada dalla quale mi aveva prelevato».

Si era fatto piuttosto tardi, e l’aria aveva cominciato a diventare fredda e pungente. I due amici scambiarono ancora poche parole, infine si salutarono dandosi appuntamento alla sera seguente.
Soitok raggiunse il proprio mezzo di trasporto che fluttuava nell’aria a pochi metri da loro. Mise in moto e partì, allontanandosi lentamente nel buio della notte.

Iagain lo vide andare via, quindi si girò su se stesso e varcò il cancello di ingresso della propria abitazione.
Appena entrato fu avvolto da un piacevole tepore. Si tolse la giacca e si diresse senza indugi verso il salotto, dove un caminetto elettronico rompeva l’oscurità, scaldava l’aria e rendeva più intima e raccolta l’atmosfera di quell’ambiente.

«Com’è andata?». L’anziano uomo lo stava aspettando comodamente seduto su di una poltrona collocata a qualche metro dal calorifero. I riverberi rossastri della fiamma artificiale si riflettevano sulla sua barba bianca, lunga e ben curata.
«Piuttosto bene». Iagain si mise in piedi davanti al suo interlocutore. «All’inizio è stata dura, ma alla fine credo sia andata come speravamo».
«Non voleva accettare la storia dell’incontro con Dio, vero?».
«Già, penso che all’inizio non abbia creduto a una sola parola, e mi abbia preso per pazzo». Notò che l’anziano gli stava rivolgendo un sorriso affettuoso. «Le cose sono andate esattamente come avevi previsto tu».

L’uomo sulla poltrona annuì. «Credi sia pronto per l’incarico?».
Il giovane rifletté un istante «Ha mille dubbi e incertezze. Ha paura di ammettere a se stesso che ha fede, ma ho capito che ha anche una voglia immensa di aprirsi, di lasciarsi andare. Se ci riuscirà, in seguito potrà trasferire ad altri le sue sensazioni, la sua convinzione».
«Quindi?». Lo incalzò l’altro.
«Credo che se parlerò ancora qualche volta con lui, riuscirò a fargli superare le titubanze che ha adesso». Vide brillare di gioia gli occhi profondi e magnetici dell’uomo. Non indugiò ulteriormente. «Sì, padre, credo che sia la persona giusta, proprio come avevi detto tu».
«Ottimo lavoro, figliolo. Ottimo lavoro». Gli prese le mani. «Ti va di bere qualcosa di caldo con me?».
«Io ho bevuto un tè pochi minuti fa. Ti preparo un infuso. Aspettami qui».

Tornò dopo pochi minuti con una tazza fumante che depose delicatamente tra le mani dell’anziano genitore. Sfiorò la sua folta chioma di capelli canuti, gli carezzò con tenerezza le guance. Osservò con attenzione il suo volto. Sembrava stanco, ma dai suoi occhi trapelava la solita indomabile determinazione.

Posizionò una poltrona vuota vicino a quella occupata dal padre, sistemò la coperta che teneva sulle ginocchia e poi, con fare solenne, come consuetudine, si sedette alla sua destra.

About Davide Piazzi

Scrivo, leggo, penso. A volte ragiono
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