Azzurro e blu

 

AZZURRO E BLU

Una giornata solitaria al mare, fonte di riflessione e momento in cui ritrovare se stessi, accettandosi.

Questa è la prima sera del mio primo giorno al mare. Stamattina mi sono svegliato presto ed ho poi camminato tutto il giorno avanti e indietro sulla spiaggia, lasciando che il sole si prendesse cura di me, e il tempo, le ore, volassero alle mie spalle. Era da tanto tempo che non lo facevo, anni, e quasi non ricordavo più quanto fosse piacevole. Ricordo che mi divertivo a scambiare commenti e pareri sulle altre persone che mano a mano si incontravano: un topless troppo audace, un bambino col sorriso da furbetto, pelli scottate che preludevano a difficili riposi notturni, sui quali ironizzare. Ho continuato a camminare fino al tardo pomeriggio, fermandomi solo per bere qualche bibita fresca ed alcuni caffè, e sovrapponendo continuamente le immagini che avevo davanti agli occhi con quelle che avevo impresse nella memoria. In silenzio. Solo.

Ora che mi sono lavato e cambiato d’abito non vedo l’ora di sedermi per riposare e mangiare qualcosa di leggero. Le mie gambe sono stanche, hanno già portato il peso di molti anni ed oggi hanno lottato contro le insidie della sabbia, dove i piedi, anziché trovare un appoggio sicuro, affondano inesorabilmente. Così la fatica è grande, e per fare qualche passo non basta solamente muovere i piedi uno davanti all’altro, ma bisogna prima, ogni volta, liberarli da quella calda, morbida e dorata trappola.

Mi rendo conto di non avere più l’età in cui pare di potere nuotare nella sabbia, l’età dei giochi. Gli anni in cui i castelli sulla spiaggia non hanno ancora lasciato posto a quelli costruiti in aria. L’età in cui ci si diverte nel costruire i primi, e ancora non si conosce il dolore del veder crollare i secondi. Non sono nemmeno vecchio, a dire il vero, ho trentaquattro anni, ma sento che il mio corpo è appesantito e non ha più l’elasticità e la leggerezza di un tempo.

Camminando lentamente raggiungo un locale che avevo visto nel pomeriggio, dove aspetto in piedi che qualcuno si accorga di me. Dopo pochi istanti una ragazza mi si fa incontro con un sorriso gentile e mi indica il tavolo cui posso sedere. È l’ultimo rimasto libero nel giardino esterno, mi ritengo fortunato. È bello qui, c’è l’aria fresca e frizzante delle prime ore della sera, e c’è tanta altra gente che mangia o aspetta. Si avverte il classico brusio dei locali affollati, quel mescolarsi di tanti suoni diversi che finiscono per diventare uno solo, per sembrare poi quasi silenzio. Riesco persino ad isolarmi, come quando si è immersi con la testa nell’acqua e i rumori arrivano alle orecchie in modo ovattato, lontano. Il coro di tante voci si fonde in una sola, tanti primi violini che suonano distintamente, ma l’ascoltatore avverte un unico suono d’orchestra.

Guardo davanti a me dall’altra parte della strada, dove due uomini sono seduti su una panchina posta pochi metri prima della spiaggia, dandomi il fianco. Le loro teste bianche continuano a muoversi, i loro sguardi ad incrociarsi. Parlano e gesticolano. Non riesco a sentire le loro voci, però, sono troppo lontani. Riesco comunque vedere i loro volti quando si girano a parlare tra loro. Li vedo a volte assumere quella tipica espressione un po’ triste e malinconica di chi racconta del proprio passato, di una giovinezza che non c’è più. Ma sono nuvole che passano in fretta spazzate via dal vento del buon umore, e riprendono così a ridere e scherzare, ammiccando l’uno all’altro come a rievocare chissà quali marachelle condivise, o forse solo progettate.

A turno, ogni tanto, si girano a guardare poco più a destra dove due signore – le mogli probabilmente – stanno facendo il loro dovere di nonne tenendo a bada due bambini che vorrebbero invece scappare. E intanto che loro continuano a parlare, a sorridere ed a far facce un po’ tirate, mi accorgo che sta diventando buio. Il blu del mare si fa più intenso e si stende fino all’orizzonte, là dove inizia l’azzurro ancora chiaro del cielo.

Una nave con le luci accese si avvicina al porto e i due vecchi si fissano a guardarla. Chissà, forse in quel lento incedere rivedono il percorso fatto nella loro vita, cominciato tanto tempo prima e passato ogni giorno in acque diverse. La nave si avvicina all’attracco e i due, rimasti a lungo ad osservare quella scena piena di colori e velata solo da qualche ombra di nostalgia, volgono nuovamente lo sguardo verso le loro compagne, e riprendono all’improvviso a parlare e scherzare ed a muovere le mani come a voler disegnare nell’aria i propri pensieri.

Mangio svogliatamente ciò che ho ordinato, senza però riuscire a staccare gli occhi da quella scena di matura serenità. Mi accorgo solo ora che la linea dell’orizzonte passa esattamente sopra le spalle dei due vecchi. I loro corpi sembrano così immersi nel mare più profondo e scuro, ma le teste bianche, piene di idee, ricordi e sogni ancora da realizzare, hanno come sfondo un cielo azzurro in cui sembra possano volare senza fermarsi mai.

Chissà come sarò io a quell’età, cos’altro mi avrà riservato il destino e in quale modo potrò cambiarlo. Mi domando se un giorno potrò anch’io essere l’attore protagonista di una scena come quella cui ho appena assistito, mentre un altro malinconico turista starà guardando. Mi chiedo, infine, se avrò anch’io la fortuna di notare sul viso di quell’improvvisato spettatore una lacrima di tristezza scendere lentamente, per andare a morire su di un sorriso pieno di speranza.

About Davide Piazzi

Scrivo, leggo, penso. A volte ragiono
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2 Responses to Azzurro e blu

  1. Molto bello questo racconto. Anche io passo momenti di riflessione come questo, al mare con le prime luci dell’alba. Condivido.

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