“…non è la botta, ma il livido…” cantava Ligabue.
Già, molte volte il vero problema non sta nell’incidente occorso, ma in quanto il danno prodotto risulti visibile agli occhi di chi ci sta intorno.
Il segno lasciato da qualsiasi travaglio, non appena diventa evidente, palese, riconosciuto, spesso si trasforma in un boomerang contro noi stessi.
Un qualsiasi segno, che sia sulla nostra pelle, nel cuore, nell’animo, ci rende più vulnerabili agli occhi di chi, anziché cogliere l’occasione per muoversi a compassione, vede in noi una possibile preda resa debole da un evento accaduto che ci ha lasciato addosso quel maledetto marchio, e ci rende così vulnerabili, facilmente individuabili, appetibili.
E così un livido sulla pelle, o gli occhi più spenti del solito, oppure la postura leggermente più chiusa in posizione di difesa. O anche soltanto un incedere diverso dal consueto, più lento, incerto, distratto. Tutto questo parla di noi e della nostra difficoltà, e ci rende fragili. Ciò che teoricamente dovrebbe ispirare gentilezza e vicinanza, scatena invece la crudeltà.
Nel mondo animale è ciò che normalmente avviene, la preda ferita o in difficoltà è la prima a essere cacciata.
A me, però, piace ancora pensare che noi siamo animali diversi, evoluti, predisposti a socializzare e alla solidarietà.
E non vorrei mai arrivare fingere, indossando maschere di un benessere simulato o esibendo una felicità di plastica, se non dovessi provarne una vera.
Mi piace pensare che se un giorno dovessi cadere, qualcuno mi si avvicinerà a passo svelto con il solo intento di aiutarmi a rimettermi in piedi, e come ricompensa si accontenterà di un “grazie” detto col cuore.
“…non è la botta, ma il livido…” cantava Ligabue.