Mille voci

silenzio

Tra il frastuono e l’inutilità di tante grida, facciamoci notare con il nostro silenzio.

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Il vuoto

vuoto

 

Ho un cuore, un’anima, un cervello, e un vuoto che nessun Dio potrà mai riempire.

I have an heart, a soul, a brain, and an emptiness that no God can ever fill.

 

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Il pudore delle parole

 

 

Canonica - Pudore (Roma, Museo Canonica, 1890)Ho nostalgia dei toni sfumati che si usavano un tempo. Di quelle parole sussurrate quasi con pudore, che dipingevano quadri dai colori tenui laddove invece si sarebbe potuto avere una tela a tinte scure, e colori tetri.

Ho nostalgia del garbo, delicatezza e riservatezza con cui dalle mie parti, a Bologna, si usava dire “sto poco bene” quando si aveva qualche malanno. Con l’ostinato ottimismo degli emiliani che rifiutano di pronunciare la parola “male” anche quando sarebbe lecito farlo.

Mi manca quel tempo in cui le persone provavano ancora vergogna, e avevano rispetto del privato. Di quello di chiunque. E nessuno avvertiva il bisogno o la voglia di condividere il proprio vivere quotidiano, che così restava qualcosa di misterioso, magico, etereo, chiuso dietro una porta.

Quel tempo in cui ben pochi volevano apparire, e tanti volevano soltanto essere.

I giorni d’oggi mi soffocano con la loro ipocrisia, e le mille maschere su altrettanti volti che incontro ogni giorno mi confondono.

Non si può fermare il tempo, e nemmeno riportarlo indietro. E francamente non lo vorrei nemmeno. Ma vorrei tanto che per un giorno, per un minuscolo e insignificante giorno, si potessero ascoltare ancora le voci di chi ci insegnava l’educazione con l’esempio, l’importanza del lavoro senza menzionare il denaro, il valore dei sentimenti senza versare una lacrima. E vorrei che la gente ascoltasse attentamente e si dimenticasse, anche se solo per un istante, del vuoto silenzio che il mondo oggi ci offre con tutte le sue parole.

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(o)scene da un matrimonio

Monkey_Wedding_Cake_by_Sliceofcake

Ore 11:00

Lo sposo è in piedi, davanti alla porta della chiesa. Ha in mano un bellissimo bouquet di fiori che, secondo rituale, dovrà consegnare alla sposa non appena questa scenderà dall’auto. Cosa prevista per le 11:15.

Ore 11:30

La sposa non è ancora arrivata. Un brusio molto simile al suono di mille calabroni eccitati si solleva da tutti i presenti. Lo sposo continua a starsene in piedi, con quella sorta di cono gelato floreale nella mano sinistra ed il fazzoletto nella destra, con cui ogni dieci secondi si asciuga il sudore che, vuoi per il caldo e vuoi per la tensione, scende copiosamente sul suo viso.

Ore 11:45

La sposa latita ancora. I genitori di lei fanno sorrisi tirati per rassicurare tutti che è solo un “normale” ritardo. Il vezzo di una donna che, almeno per un giorno, vuole sentirsi la protagonista assoluta e comportarsi da vera Star. Il brusio della folla ora sembra il rumore di un jet in fase di decollo. Lo sposo comincia ad essere malfermo sulle gambe. Il padre di lui continua a sussurrargli negli orecchi simpatiche ed incoraggianti frasi quali :”te l’avevo detto che… Te lo dicevo io che…”

Ore 12:00

La sposa proprio non si vede. Le colombe bianche stipate dentro una gabbia di ferro, pronte per essere liberate al momento dell’arrivo della sposa, cominciano a dare segni di irrequietezza, e probabilmente per il troppo caldo ed il cibo avariato, accusano gravi disturbi intestinali. Gli invitati cominciano ad essere seriamente preoccupati di arrivare tardi al pranzo e trovare così tutto freddo. Il padre della sposa ostenta tranquillità, e per dare prova della sua massima fiducia nella figlia comincia a raccogliere scommesse sul suo arrivo nell’arco di 15 minuti.

Ore 12:30

Il consulente finanziario del padre della sposa riceve dal suo cliente una strana telefonata. Gli si chiede di svincolare tutte le obbligazioni e racimolare una cospicua somma per pagare debiti di gioco non meglio specificati. Lo sposo sembra la brutta copia di un manichino finito sotto un camion in una nevosa giornata invernale. La madre di lei chiede che gli si presti un cellulare, perché improvvisamente le è venuta la curiosità di sapere se il 113 e la protezione civile rispondono anche di domenica.

Ore 13:00

Gli invitati si sono organizzati ed hanno eletto un proprio rappresentante e portavoce. Questi per prima cosa organizza le squadre di recupero viveri e si accerta che i bambini siano sufficientemente pasciuti, accuditi e che crescano bene. Il parroco all’interno della chiesa sta cominciando a chiedersi perché mai abbia preso i voti, e non abbia invece accettato la proposta di matrimonio che gli era stata fatta in gioventù dalla bella figlia dei vicini di casa. Poi butta un occhio fuori e trova immediatamente risposta alla sua domanda. I chierichetti giocano a freesbee  con le ostie. Le api hanno cominciato ad impollinare i fiori posti all’interno della chiesa. Presto sarà tempo di raccogliere il miele.

Ore 13:30

Il ristorante chiama il padre della sposa sul cellulare per sapere a che punto è la cerimonia, per potersi organizzare con la cucina. Il pover’uomo si accascia al suolo senza neppure un gemito. Sua moglie, nel tentativo di correre in suo soccorso, inciampa sui tacchi e cade  rovinosamente al suolo svenendo all’istante.

Dalla folla degli invitati qualcuno chiede a gran voce “I sali!! Portate i sali!” Molti però, resi ciechi e sordi dalla fame, fraintendono e credono si stia cercando di insaporire al meglio i corpi inanimati, e che ci si prepari finalmente al banchetto.

Ore 14:00

Accade ciò che ormai non sembrava più possibile. La sagoma di un’automobile spunta in lontananza e punta lentamente, ma con decisione, verso il piazzale antistante la chiesa. Un silenzio quasi irreale la accoglie al momento dell’arrivo. L’auto si ferma. Tutta le gente trattiene il fiato temendo che possa trattarsi di uno scherzo, o di qualcuno che si è perso e si è fermato per chiedere informazioni. I genitori della sposa rinvengono di colpo, come si era visto fare solo a un certo Lazzaro tantissimo tempo prima. Il prete scende dall’altare su cui si era sdraiato per fare un sonnellino. I chierichetti smettono di giocare e cominciano a raccogliere le ostie cadute, ed a pulirle leccandole una ad una.

Ore 14:01

La larva che una volta era lo sposo si avvicina ancora incredulo all’auto. La mano tremante impiega circa due minuti per staccarsi dal corpo e protendersi verso la maniglia della portiera, così come gli sembrava di ricordare che si dovesse fare in certe occasioni: per esempio al proprio matrimonio.

Ore 14:03

La portiera si apre, si intravede il vestito della sposa, bianco come la neve. Lei finalmente scende. Tutti i presenti levano un grido di stupore come se fosse apparsa loro la madonna. Qualcuno si fa il segno della croce, qualche altro si tocca scaramanticamente.

Ore 14:04

La sposa regala a tutti un meraviglioso sorriso, poi stacca praticamente dalla mano dello sposo, che non ha più nessun tipo di reazione vitale, una cosa molliccia e biancastra, dall’odore vagamente di uova marce, che una volta, molto tempo prima, doveva essere un bouquet floreale.

Ore 14:05

Il maestro di cerimonia, che fino a quel momento non aveva perso assolutamente né la fiducia né l’autocontrollo, vuoi anche grazie ad  una serie di corsi di meditazione per corrispondenza fatti quando era giovane, si rende conto che è il momento di liberare le colombe. Il sole per qualche istante si oscura, coperto dal volo di mille ali bianche. Pochi secondi dopo una pioggia di guano cade addosso a tutti i presenti, rendendo i loro vestiti idonei alla semina di qualsiasi tipo di ortaggio.

Ore 14:15

La funzione religiosa ha finalmente inizio. La chiesa è pervasa da un forte odore di fertilizzante polifosfato organico. Le api che avevano cominciato a costruire il loro favo, lo staccano e lo portano di forza fuori, cercando posti migliori.

Ore 15:00

La cerimonia è finita, gli sposi sono finalmente tali. Genitori e parenti si dirigono alle macchine per raggiungere il ristorante, che nel frattempo ha cambiato gestione. Il fotografo immortala gli ultimi istanti di quella che sarà comunque ricordata come una bella giornata. Nella memoria di tutti rimarranno per sempre impresse l’immagine degli sposi sorridenti, e quella di mille ali bianche che ancora oggi continuano a volare alte in cielo lassù, al di sopra del guano.

 

 

 

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L’ultima nota della ghironda

battle

Il suono dolce e straziante di una ghironda bretone da lontano attraversa l’aria fresca di questo pomeriggio d’autunno. Sfiorando l’erba giunge alle mie orecchie strappandomi dall’oblio in cui ero caduto, ricostringendomi alla vita.

Non ho bisogno di aprire gli occhi per capire che la battaglia è finita. Non si sente più il nitrito furioso dei cavalli pesanti, lo scalpitare dei loro zoccoli su questo duro terreno. L’aria non è più graffiata dallo sibilare delle frecce scoccate dai rozzi mercenari gallesi né dai più raffinati, e altrettanto efficaci, arcieri francesi. Mancano le grida animalesche dei fanti lanciati verso il corpo a corpo, le urla feroci con cui sperano di incutere il terrore nel nemico, e dimenticare il proprio.

Questo è il silenzio di quando tutto è finito, e a terra restano soltanto poveri corpi senza più vita, oppure moribondi, come sono io, ormai incapaci di alcun movimento né di emettere anche il più flebile sospiro, tanta è la fatica, tanto è il dolore.

Chi mi ha creduto morto mi ha negato il gesto pietoso di tagliarmi la gola per porre fine alle mie sofferenze, con la stessa mano con cui l’istante dopo mi ha spogliato dei miei pochi beni: un pezzo di stoffa, una borraccia, le mie armi. Gli strumenti del mio lavoro di soldato.

Dove sono la logica della guerra, il dovere della battaglia, l’onore della sconfitta e del perdere la vita? Non nella smorfia di morte del cavaliere che mi giace accanto, neppure negli altri corpi accartocciati al suolo come tragici fantocci. Nemmeno in questa lunga lancia che mi trapassa lo stomaco e mi tiene grottescamente ancorato al terreno.

Onore, dovere. Sono parole vuote di cui si riempiono la bocca i nobili, i signori. Tutti coloro i quali giocano alla guerra standosene comodamente seduti sulle loro poltrone in sale piene di arazzi e di camini tenuti accesi da servitori.

Ma la guerra è ciò che mi sta attorno ora: uomini che non faranno rientro a casa e che adesso giacciono sullo stesso suolo. Soldati, come me, che non sono mai andati in cerca di gloria, ma partiti per la guerra per sfuggire alla fame e sfidano la morte per un tozzo di pane. Soldati che lasciano sole le proprie donne, che ci considerano morti fin dal primo istante in cui ce ne siamo andati, e ci ritengono tali finché non torneremo a casa, semmai lo faremo. Donne che crescono i nostri figli, e ci piangono ogni giorno.

Donne per le quali rappresentiamo il tormento di un compagno mai presente, e il sollievo di una bocca in meno da sfamare. Donne troppo spesso trattate come schiave, brutalizzate, offese umiliate, anche e soprattutto da chi avrebbe il dovere di proteggerle, se non anche di farle felici.

Donne come te, cui sto pensando ora, mentre un rivolo di sangue tenta inutilmente di sporcare il sorriso che si è acceso sulle mie labbra, e penso che il suono di quella ghironda che suona in lontananza somiglia alla tua voce. Voce di donna, di madre, che un poco rimprovera e un po’ consola.

Penso a te ora, troppo tardi. Penso al mio più grande errore, l’averti trattata come avrebbe fatto chiunque, quando invece ti ho amata come mai potrei amare nessun altro.

Se soltanto tu fossi qui, ora, a regalarmi un sorriso. Se io potessi stringerti la mano anche un solo istante, e attraverso la mia pelle dirti tutto ciò che non ho mai fatto uscire dalle mie labbra.

Se questo potesse avvenire allora sparirebbe tutto il male che ho attorno e dentro.

Resteremmo soltanto noi due, il buio, il suono della ghironda, e questa mia ultima notte sarebbe perfetta.

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Abbuffate natalizie – vero o falso problema?

abbuffarsi

 

Pensate che avrete problemi per l’eccesso di calorie introitate durante le feste natalizie? Sul tema dell’alimentazione vi riporto le parole di un medico saggio:

“Il vero problema non è tra tra Natale e capodanno, ma tra capodanno e Natale”.

Quindi, andiamo via di tortellino e pandoro senza sentirci troppo in colpa.

 

 

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Un nuovo Natale?

Ho immaginato un futuro lontano, nel tempo, nei modi. Nelle idee.

Lontano da un “oggi” che non sento mio.

Un Futuro in cui forse Gesù si ripresenta a noi atei con modi nuovi, e finalmente ci cattura.

Trovate il mio racconto qui -> LINK

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